Il nastro bianco

di emilz

In un villaggio della Germania del Nord, Michael Haneke (regista di altre pellicole importanti, come La pianista, Niente da nascondere e Funny Games) concentra tutta la sua forza espressiva in una storia dove ogni tassello, qualsiasi personalità (molti sono i personaggi rappresentati) si scontrano con quegli anti-valori predominanti in quel periodo storico o comunque il riflesso della Germania che sta per arrivare (nazismo in primis).

E’ proprio a essere l’educazione, talmente “imposta” (dolorosa e inneficace) a far nascere bramosie e vendette, probabilmente perchè il contesto (rarefatto e chiuso) e la troppa differenza “sociale” sono più forti e prevalicano il senso del giusto. Il contrappeso del buono e dello sbagliato è sempre in continuo mutamento in questo film, la ruota spesso si inceppa, l’equilibrio (solo apparentemente bilanciato, l’ira è nascosta, spesso rinchiusa nelle quattro mura domestiche) sfocia nel caos, le pedine impazziscono, per poi ritornare in uno stato di quiete, sconvolti da accadimenti più grandi, è la Storia a intervenire. Tutta la messa in scena, ben congegnata e mai banale (il racconto è parziale perchè ci viene raccontato da uno dei protagonisti che inevitabilmente racconta per sentito dire o per aver vissuto solo parzialmente quelle vicende) si fa carico di mostrare psicologie, violenze verbali e fisiche (questa volta ben mascherate dal fuori campo) sino a quel finale incongruo (volutamente) perchè non è tanto interessante sapere chi c’è dietro ai fatti (tra l’altro si capisce tutto il meccanismo, anche se non c’è Sherlock Holmes a spiegarlo) ma è proprio l’involuzione di quel meccanismo contorto a essere predominante sul resto. Gli aspetti tecnici a partire dalla solidità narrativa, dalla compostezza del montaggio e dalla fotografia in bianco e nero sono un accrescitivo, in un film che per asciuttezza e forza intrinseca m’ha ricordato Gosford Park di Robert Altman, per non andare troppo lontano potrei citare anche Bergman o altri illustri colleghi.

Vorrei chiudere con una provocazione. Ho letto alcune recensioni (a partire da Stefano Lusardi che sul film scrive: “è glaciale come un referto medico e non disturba come gli altri film dell’autore”. Sarà ma a me a (in più di una scena) ha disturbato eccome, ma forse è il cuore dei critici a volte a essere veramente freddo, perchè non riuscire a cogliere l’emozionalità di fronte alla crudezza di alcuni atteggiamenti è preoccupante. Oppure c’è sempre bisogno di mostrare la violenza nella sua interezza per scalfire l’animo umano? C’è sempre bisogno di essere palesemente diretti, mostrando ossa spezzate o quant’altro per poter “scaldare” l’animo di questi presunti intelletti?

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