Che lavoro fai?

di emilz

Alla domanda: “che lavoro fai?”  M’immagino continuamente un grande punto interrogativo sopra le teste dei miei interlocutori. La risposta è sempre la stessa (con qualche variante). “Sono un montatore” (…), la seconda parolina dipende da chi ho davanti.

Di fronte a alcune persone non specifico mai cosa dovrei montare. Molti, dubbiosi, corrono via a gambe levate, altri fanno una leggera smorfietta, come se avessero capito chissà cosa (probabilmente stanno pensando a un qualche film a luci rosse, ma nessuno si ricorda di me, non gli viene in mente nessun attore pornografico). Altri, come un mio ex-zio, quando gli spiegai cosa pensavo di fare nella vita, mi disse: “ah! Bene, così quando si rompe il mio televisore, me lo aggiusti tu”. Un amico invece mi scambiò per un montatore di scenografie, non si capacitava della cosa, con il mio fisico mingherlino, da dove la prendevo tutta la forza necessaria per fare un lavoro del genere?

Nel tempo ho imparato a inserire un’altra parolina. “Sono un montatore audio-visivo“. Mi rendo conto della difficoltà intrinseca (?) nell’associare audio e video, quindi annuiscono senza dire nulla. La faccia “perplessa” però è inequivocabile, riesco a riconoscerla a miglia di distanza. A volte uso la parola “editor”, a volte dico: “lavoro per il cinema e la televisione, sono un editor, ma spesso mi fanno fare l’assistente“. Oppure: “sono un tecnico dell’audiovisivo”, ma il risultato è sempre lo stesso, faccia accigliata, peggio che risolvere il cubo di Rubik. Ultimamente, per ingarbugliare di più la situazione, alla domanda: “che lavoro fai“? Rispondo con un bel gioco di parole: “sono un montatore, in questo periodo sto montando dei backstage (nessuno sa cosa siano) per due film“. Quando sentono la parola “film” immaginano subito tre cose: cinema, hollywood, tanti soldi. In verità ignorano quale sia la realtà dietro questo mondo. Il cinema in Italia paga meno della televisione, se ti capita (di tanto in tanto) di essere pagato, ma soprattutto “montare backstage” significa essere gli ultimi nella scala piramidale di una post-produzione. Immaginate voi le conseguenze in fatto di paga, di considerazione, di stima personale. Una volta stavo parlando con un altro collega sui software che più amiamo. Lui mi fa: “ah, io preferisco Avid, sono un avidiano, è un software pensato più per il cinema, come se avessi la moviola davanti“, di lato,  con le orecchie appizzate,  un signore che stava cercando di capire il tema dell’argomento. Ci giriamo, e gli diciamo (con la speranza fosse del ramo): “siamo due montatori…“. Chissà cosa avrà pensato.

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