“Aiko”, primo capitolo

di emilz

Questo è il primo capitolo di un mio ipotetico romanzo, non ho voglia di tenerlo nel cassetto quindi lo pubblico in questo blog.
La storia è ambientata in Giappone, Aiko è un nome di ragazza, significa “bambina dell’amore”. Sarà proprio Aiko a raccontare la sua storia, una vicenda in apparenza normale, ma con il proseguo della narrazione sempre più distorta, dove la percezione cambia a seconda delle proprie convinzioni.

CAPITOLO 1 – come l’autunno sembrò primavera

Ero sdraiata sul mio letto e ripensai ogni momento a quell’intenso, appassionato bacio che avevo ricevuto la giornata precedente dal mio ragazzo: Kenji.
A dire la verità si trattava del mio primo bacio e non sapevo proprio come comportarmi.

Come tutti i santi giorni mi svegliai praticamente all’ultimo minuto; un’abitudine mattutina che andava oltre il mio volere. Mi piaceva gongolare sul mio grande letto. A volte mi sembrava di galleggiare su una nuvola, leggera, disinvolta, come un uccello che si fa guidare dal vento.
Mi veniva alla testa una strana idea: perchè mai l’uomo aveva deciso di svegliarsi così presto per andare a lavoro, a scuola o in qualsiasi altro posto? Io questo non lo capivo, ma forse era soltanto la pigrizia di una giovane ragazzina viziata che non aveva voglia di fare nulla.
Mia nonna Tamaki, una vecchiarella piuttosto sveglia e attenta, si fermò davanti all’uscio della porta e come un generale innervosito dalla presenza di soldati fannulloni, mi chiamò a gran voce.
– Se non ti alzi entro due secondi ti butto giù dal letto con due secchi pieni di acqua, vedi tu se non lo faccio!
– Mmh… – dissi con tono apatico.
Sapevo che nonna diceva la verità, così mi alzai definitivamente. Avevo gli occhi talmente appiccicati che non riuscivo a distinguere la sagoma delle mie ciabatte. La luce che entrava nella mia stanza era così intensa, così abbagliante che accentuò per qualche minuto la mia cecità. Ero cieca, assonnata e priva di appetito. Sapevo bene cosa mi aspettava. “Una ricca colazione, per una altrettanto ricca giornata”; mi diceva continuamente il mio generale di fiducia.
Passai di fianco alla nonna, mi guardò in cagnesco senza dire nulla. In un angolino della mia testa sapevo che aveva ragione a agire in quel modo, ma a volte non la sopportavo proprio. Mi chiesi come avesse fatto la mamma alla mia età, se anche lei un tempo si fosse comportata come me, una dormigliona alla quale piaceva oziare la mattina. Immaginai, nell’attimo in cui incrociai il volto da generale di nonna, se quella scena non fosse la riproduzione esatta di un tempo passato, un ciclo di luna che si ripeteva da due generazioni. Per mia nonna poteva anche trattarsi di un deja-vu, senza dubbio alcuno.
Andai in bagno. Mi feci una doccia veloce. Sentii arrivare i primi odori della colazione. Il mio stomaco rantolò, come per dire: “ehi lasciatemi dormire un altro pò!”.
La nonna bussò alla porta.
– Aiko, stai facendo tardi! – lo disse mentre si allontanava indispettita.
Sbuffai pesantemente. Poi presi i miei vestiti e li indossai. Nell’ordine delle cose che dovevo fare sapevo di essere in ritardo, ma quella mattina non avevo proprio voglia di fare niente. Mi guardai allo specchio. Mi sembrai uno zombie appena uscito dalla tomba. Dovevo ancora truccarmi, il che voleva dire che potevo stare in bagno per un’altra mezz’ora, ma soprattutto dovevo mangiare. Un’operazione lunga e delicata se non volevo rovinarmi la giornata. Spesso se mangiavo tanto arrivavo a scuola con dei crampi lancinanti allo stomaco, mentre se facevo una colazione minima, nel giro di un’ora avevo voglia di azzannare per la gola qualche mio compagno di classe. Niente di normale, lo so, come non era normale il fatto che non arrivavano le mestruazioni da almeno due settimane. Nulla di così pericoloso, non avevo ancora avuto nessun rapporto sessuale con il mio ragazzo, a dire il vero non avevo avuto nessun rapporto proprio con nessuno, una sottigliezza non da poco, eh. La mia era solo lentezza. Il mio organismo era in perenne ritardo. Fino all’anno precedente, avevo sedici anni, i miei seni erano come quelli di un maschio. Le mie amiche invece sviluppavano in fretta e furia, orgogliose di mostrarle a destra e a sinistra, giocavano perfino a fare le donne, mentre inebriavano i loro professori cinquantenni con sguardi provocatori e seducenti. Io invece mi vedevo ancora come una bambina, eppure mi sentivo grande abbastanza, ma il mio corpo si rifiutava di crescere. Immaginai i miei organi sdraiati sul letto a oziare come facevo io tutte le mattine. Un’immagine divertente, pensai. Mi truccai e mentre mi guardai riflessa allo specchio pensai quanto invece ero cresciuta dall’anno precedente. Portavo una terza, non mi potevo certo lamentare, avevo uno strano fascino sugli altri, il che mi rendeva attraente allo sguardo dei maschi, tutto questo mi piaceva un sacco. Ero fidanzata con Kenji da qualche mese, insomma finalmente tutto il mio corpo si svegliava dal lungo letargo!
Uscii dal bagno. Sentii il profumo del cibo inondare le mie narici. Avvertii un certo stordimento, per un attimo sembrò che qualcuno mi avesse dato due sberle. Entrai in cucina. Mia nonna era seduta e mi guardava con una certa ostilità. Mio fratello, Masao, di nove anni, ingurgitava le pietanze in maniera spaventosa. Sembrava che non mangiasse da anni.
La tavola era apparecchiata per un esercito. C’erano delle verdure in salamoia, del riso, uova, tofu, polpo con una crema a me sconosciuta, tra l’altro al centro della tavola c’era un piccolo fornello che cucinava dei funghi con alghe e piccole fettine di carne tagliuzzate con estrema cura. Guardai l’orologio: erano le otto e trenta. Avevo venti minuti per mangiare, uscire di casa, prendere il treno e arrivare a scuola.
– Se pensi di non mangiare tutto quello che ho preparato, signorina, ti sbagli di grosso! – disse mia nonna con aria severa. – Non ho intenzione di buttare niente questa mattina… – sembrò davvero arrabbiata. Per lei mancare di puntualità era una grave offesa.
– Nonna, non ho tanta fame, però ti prometto che mangerò tutto quello che hai preparato per me, – risposi con sincerità. – Scusami se ogni mattina mi sveglio tardi, giuro di essere puntuale d’ora in avanti, – proseguii non proprio con tanta sincerità, però pensai che da quel momento in poi mi sarei dovuta sforzare di più. Il mio corpo stava crescendo, trasformando, perchè non dovevo cambiare altresì negli atteggiamenti? Il viso di nonna mutò espressione, in fondo lei mi curava e mi amava nel profondo, non corrispondere mi sembrò sbagliato.
– Va bene tesoro, ora mangia, – disse con estrema delicatezza. Io annuii.
Nonna Tamaki aveva sessantanove anni, era rimasta vedova molto giovane, quasi subito dopo il matrimonio. Fece giusto in tempo a mettere al mondo mia madre. Quando mio nonno morì, ebbe una lunga depressione, cercò il suicidio più volte. Sul comodino, nella sala da pranzo, avevamo una bellissima fotografia che li raffigurava in quell’atto così sacro. Si sposavano e avevano un sorriso d’amore. Mentre stringevano le mani l’uno con l’altra si guardavano con dolcezza. Ogni volta che osservavo quella foto mi chiedevo cosa pensassero in quel momento. Probabilmente si giuravano amore eterno. Per un attimo mi vidi al posto della nonna mentre stringevo le mani di Kenji. Mi sentii arrossire.
Masao chiuse la porta di casa. Io fui distolta dai miei pensieri. La nonna sistemava già la cucina. Nel frattempo avevo mangiato solo un pò di riso. Mi misi in testa di finire le mie pietanze in cinque minuti. Iniziai imperterrita a velocizzare il pasto. Mi ingozzai a dovere.
Uscii di casa a gambe levate. Mi sentivo un maiale di trecento quintali. In verità pesavo 49 kg. Il dottore diceva sempre che ero sotto peso e che avrei fatto meglio a ingrassare un poco. Mia madre mi prendeva sempre in giro, “Aiko, mangia un pò di più, altrimenti sembrerai un ologramma e nessuno riuscirà mai a darti un bacio!”. Io però non ingrassavo. Subito dopo la scuola mi recavo in piscina, nuotavo per un’ora buona e poi tornavo a casa a studiare. Eppure la fame non veniva. Mi chiedevo sempre i motivi di tale sciopero e poi mi dicevo che era tutta colpa dello stomaco. Era un tale dormiglione!
Arrivai a scuola in ritardo. Questo era normale per la mia persona, ma non per il mio professore di igiene. Ero al terzo anno di medie superiori, l’anno successivo sarei andata al college, quindi dovevo dimostrare una certa determinazione nel finire gli studi secondari. Se arrivavo in ritardo per il mio professore di Igiene (ma anche per altri) equivaleva a dire: “Non ti importa niente della mia materia, quindi neanche della scuola in generale”. Per fortuna riuscivo a recuperare con lo studio. Non ero una secchiona però me la cavavo bene. Avevo una bella memoria, quindi mi bastava una lettura, anche non troppo approfondita, per capire i testi e ripeterli a dovere.
La lezione era già cominciata. Io entrai in classe, mi sentii tutti gli occhi puntati addosso. Il Professore mi chiamò.
– Signorina Kitamura, questo è il sesto ritardo consecutivo che accumula, dovrò prendere seri provvedimenti.
– Mi scusi professore, sono desolata. – risposi con la coda in mezzo alle gambe.
– Lei è un’ottima studentessa, non lo nego, però vorrei che lei avesse più riguardo verso la puntualità. Non le ho insegnato anche questo con la nostra materia? Io annuii senza dire nulla.
– Ora si sieda al suo posto per favore – lo disse con estremo rigore.
Vidi che aprì il registro di classe e annotò qualcosa. Andai a posto. Guardai immediatamente Kenji. Lui girò lo sguardo verso di me poi mi sorrise. Fece un’espressione proprio strana. Mi sembrò un pesce lesso. Scossi la testa più volte. Era proprio mezzo addormentato, come se si fosse svegliato da cinque minuti. Io ero un soggetto strambo, ma lui mi batteva alla grande. Per fortuna restava il fatto che mi piaceva, un’altra sottigliezza non da poco.
Il Professore Kobayashi continuò il discorso sull’argomento della mattinata, io invece deviai lo sguardo e l’attenzione verso l’esterno. Era una giornata soleggiata. Di tanto in tanto vedevo dei piccoli uccelli svolazzare in direzione degli alberi. Era quasi la fine dell’autunno quindi qualche foglia cominciava a cadere a terra. Giù nel cortile il giardiniere della scuola stava raccogliendo le erbacce. Quel tipo era proprio grasso. Pensai a una somiglianza con un qualche animale. Mi venne in mente l’ippopotamo. Kenji si girò nella mia direzione e vide che ridevo. Anche lui rise per riflesso.
Io e Kenji ci eravamo conosciuti all’inizio del terzo anno delle superiori. Lui era al secondo anno consecutivo che ripeteva quella classe. Per me fu quasi uno shock quando lo venni a sapere. Era più grande di due anni rispetto a tutti gli altri compagni, ma ne dimostrava un pò di più. Appena lo vidi capii che mi piaceva. Lui però non era molto interessato alle ragazze, tanto che ci mise parecchio tempo a accorgersi che gli stavo dietro. A un certo punto pensai di mollare la presa. Quando adottai quello stratagemma mi accorsi che ci rimase male. Gli piaceva quando rimanevamo a chiacchierare per ore dopo la scuola. Un giorno si fece avanti e mi disse che aveva una cotta per me. Da quel momento credo di essere entrata a far parte di una sorta di setta; stare con un altra persona è proprio un dogma. Per me si trattava del primo ragazzo, perciò non sapevo bene cosa fare. Difatti non abbiamo fatto granché, anzi diciamo niente. Kenji aveva una predisposizione per non capire gli altri, ma soprattutto se stesso, quindi figurarsi se capiva me. Era un ragazzo leale, sincero, senza cinismo né altre cattiverie d’animo, era solo un pò distratto. Se ci penso bene non è proprio la parola adatta per incorniciare il carattere di Kenji. Niente rimaneva impresso nella sua memoria a breve termine: dalla scuola, alla visione di un film a qualsiasi cosa gli dicevo io, figurarsi. Non mi fece mai una rosa, non mi sorprese in niente. Era come un orsacchiotto di peluche. Quasi inutile a volte. Dopo la scuola era solito raccontare i suoi sogni. Quando mi parlava delle sue visioni oniriche sembrava rinascere, ma quando smettevamo diventava serio e non aveva più argomenti. Così io facevo tanti sproloqui senza che lui se ne accorgesse.

Le lunghe otto ore di scuola finalmente finirono. Ero esausta, non avevo voglia di parlare, volevo solamente andare in piscina e sfogarmi un pò. Per tutta la giornata non avevano fatto altro che parlare, parlare, parlare. Per me la scuola era uno stress assoluto. Pensai a me stessa come una persona adulta, mi immaginai a lavoro, senza il dovere di primeggiare, di dover studiare ore.
Uscii dalla scuola, ero sola. Avevo congedato le mie amiche con un: “non ho voglia di andare a Shibuya* a girovagare per ore, mi sento sfinita”. Mi misi a aspettare un bus per recarmi in piscina. Erano le quattro e mezza. Molte persone stavano uscendo dagli uffici, oppure passeggiavano chissà per quale motivo nelle strade circostanti. Mi soffermai a guardare una bambina che mangiava un gelato. Gli colava dappertutto, ma lei sembrava non dare peso a quel dettaglio. Qualcuno mi chiamò, si trattava di Kenji.
– Ehi, Aiko! Non mi hai aspettato, sei sparita senza lasciare tracce, – disse ansimante.
– Avevo voglia di andare a farmi una nuotata, è stata una giornataccia, – dissi senza guardarlo.
– Quindi non vuoi sentire cosa ho da dirti.
– Mi spiace, Kenji, un’altra volta. Non ho proprio la forza.
Una parte di me diceva che stavo sbagliando. C’era un tono diverso nella sua voce, pensai di chiedergli cosa voleva dirmi, ma ero veramente priva di energia. Quando lo zittii con quella frase rimase in silenzio. Mi guardava attentamente, non osò insistere. Spesso quando dicevo una cosa era quella, nessuno riusciva a farmi cambiare idea. L’autobus arrivò, spalancò le porte, feci per entrare, ma qualcosa mi trattenne. Era il braccio di Kenji. Io mi girai nella sua direzione, per guardarlo.
In quel momento si avvicinò e mise le sue labbra sopra le mie. Avvampai. Per un istante sentii la temperatura del corpo raggiungere i cento gradi. Mi appoggiò la mano dietro la schiena, poi alzò lo sguardo in direzione del bus.
– Sta ripartendo, è meglio che vai, – disse con tono leggero.
Ero ancora intontita da quel bacio, quindi non pensai minimamente al bus. Infatti ripartì subito dopo. Guardai il viso di Kenji. Non sembrava un pesce lesso come mi era apparso qualche ora prima, anzi. Le sue guance erano rosee, i suoi occhi brillavano, la sua bocca luccicava. Il tempo, per cinque secondi, si era fermato. Non aveva più importanza chi c’era; mi trovavo sola con Kenji. Da quel momento pensai per la prima volta al senso d’intimità di una coppia. Quel bacio segnava un passo importante nella crescita tra me e Kenji.
Decisi di andare a piedi in piscina, si trattava di pochi isolati. Kenji decise di accompagnarmi.
Prima di quel bacio ero contaminata, mi sentivo esausta, carica di informazioni. Quando le labbra sottili incrociarono le mie, mi sentii nuova, innamorata. Tutto il peso della giornata svanì in un istante. Incredibile.
Andai a nuotare. Kenji mi guardava dagli spalti. Aveva un viso delizioso, diverso dal solito. Portava un filo di barba incolta, i capelli non erano ordinati, dal suo sguardo emergeva una luminescenza, lo immaginai avvolto al mio corpo mentre mi stringeva forte, proteggendomi e coccolandomi, mi veniva voglia di baciarlo nuovamente e mentre nuotavo avevo la sensazione di essere sospesa, sentivo in me un mutamento. Era la prima volta che provavo una sensazione del genere.

Era domenica mattina e nella mia stanza non facevo altro che ripensare a quel semplice e breve bacio. Per me era qualcosa che non avevo mai provato, eppure erano molte le volte che avevo immaginato quel gesto. Una volta chiesi a Masao di baciarmi, lui si rifiutò scappando a gambe levate. Oppure, rinchiusa in bagno, mi mettevo davanti allo specchio, mi guardavo e lentamente mi avvicinavo alla mia immagine. Appoggiavo le mie labbra sullo specchio simulando il bacio. Cercavo di trovare un’espressione da accompagnare. Quando guardavo un film romantico rimandavo indietro la scena per rivederla meglio. Quando mi fidanzai con Kenji pensavo fosse più facile raggiungere il primo bacio, invece mi accorsi di quanto fosse difficile entrare in contatto con una persona esterna al tuo io. Kenji era un ragazzo timido, introverso, non riusciva a comunicare le sue emozioni, era come se tenesse la saracinesca abbassata. Soltanto lui sapeva quali articoli possedeva al suo interno, eppure io impazzivo dalla voglia di esplorare le sue interiora. Per me il mondo degli uomini era un vero e proprio tabù. Non conobbi mai mio nonno, mio padre ci lasciò quando ero piccola, aveva una storia sentimentale con una francese. Una mattina fece i bagagli, prese il minimo indispensabile e disse a mia madre: “io mi sono innamorato di un’altra, parto per la Francia, non mi cercare”. Così mia madre dovette tornare a lavoro e mantenere una bambina e un neonato. Per lei non fu facile. Gli uomini l’ho sempre visti di sfuggita. Mia madre non volle mai più ricostruirsi una storia, per lei il dolore che gli provocò mio padre era troppo grande, la ferita non poteva rimarginarsi così facilmente, cercando nelle braccia di un altro uomo la via della salvezza. Doveva rimanere in disparte a pensare, mamma aveva un unico interrogativo: dove aveva sbagliato? A distanza di anni, probabilmente quel dilemma la logorava ancora.
L’unico maschio che conoscevo bene era mio fratello; spesso lo spiavo dal buco della serratura, per vedere quanto cresceva, per osservare le sue protuberanze. Ero una vera ficcanaso. La necessità di capire l’altro sesso, probabilmente nasceva da una mancanza, dal vuoto che mio padre aveva lasciato. Si dice che le bambine siano attaccate ai propri papà, spesso lo avevo sentito anche a scuola. Dentro di me covavo un desiderio irrefrenabile di , volevo essere allevata da grandi mani, come la cura di un contadino verso le proprie piante. Niente di più normale per una bambina.
Neanche a scuola, durante le elementari, avevo la possibilità di frequentare molto i bambini, ero in una classe prettamente femminile, con maestre del mio stesso sesso. Solo alle medie, finalmente feci amicizia con alcuni ragazzini, antipatici e maneschi. Venivo continuamente spinta e presa in giro da quelle piccole bestie, ma pur di rimanere a contatto con qualche maschietto ero disposta a cedere, era come uno scambio. Anche se stavo male, la sete di conoscenza era più forte, dovevo assolutamente scoprire i loro sentimenti, le loro preoccupazioni, cosa gli piaceva e cosa detestavano. Solo quando fui un pò più grande mi resi conto che stavo su binari diversi da quelli che mi ero prefissata. Mi resi conto che umiliarmi solo perché avevo una mancanza a monte era sciocco. Tra l’altro non stavo scoprendo niente del mondo maschile, come potevano dei piccoli marmocchi nella loro piena età infantile raccontare quello che cercavo? Così lasciai al tempo la decisione. Forse l’incontro con un ragazzo, avrebbe compensato tutte le mie mancanze. Ancora una volta però mi sbagliavo. La persona con cui stavo lasciava chiuse le sue porte e io continuavo a non sapere nulla.
Quando non ebbi nessun sentore di un cambiamento, improvvisamente arrivò quel bacio. Sentivo che la mia vita stava prendendo una piega diversa, ero una ragazza di diciassette anni pronta a affrontare il proprio destino. Mi sentivo un cucciolo appena svezzato. Il mio intuito mi diceva che un piccolo portoncino si stava aprendo e io avevo tutta l’intenzione di ficcarmici dentro.

L’autunno è una delle stagioni che per antonomasia ricalca la solitudine, la tristezza, qualcosa che si sta preparando per morire. I bellissimi meli che facevano da scenografia di fronte la mia camera, incorniciavano quell’idea. Per me invece era tutto il contrario. Mi sentivo rinascere. La noia dell’estate aveva lasciato posto a un indefinito calore che il mio corpo emanava con grande fervore. Mi sentivo diversa, ero un fiore appena sbocciato, dai grandi petali bianchi. Come poteva essere strana la vita, l’enigma delle persone, dei gesti desiderati e poi avverati, pensai alla potenza di un singolo bacio, una potenza alla quale nessuno poteva sottrarsi.
Fuori dalla finestra c’era una pioggerella fina, fina. Leggeri raggi solari penetravano nella stanza, andavano a sbattere su alcuni oggetti creando ombre lunghe, per un attimo la mia camera mi sembrò più grande del solito. Il mio cellulare emise un suono improvviso. La quiete venne interrotta da quel suono elettronico. Qualcuno mi aveva mandato un sms. Si trattava di Kenji. , erano le uniche parole scritte dalla persona che mi aveva baciato il giorno precedente. Non mi diceva né il luogo né l’ora, lasciava a me la decisione. Pensai quanto fosse difficile per lui comunicare. Per un attimo mi assalì un dubbio atroce. Era stato il Kenji che conoscevo a baciarmi? Perché l’aveva fatto così spontaneamente? Ah, erano tutte domande alla quale era difficile rispondere. Gli scrissi che ci saremmo incontrati a Shibuya, verso le sette.
Non so perché ma quella sera mi vestii con una eleganza esagerata. Quando Kenji mi vide scendere dal bus, rimase senza fiato. Non faceva altro che guardarmi.
– Sono senza parole, sei bellissima, quasi mi vergogno a rimanere troppo al tuo fianco, – disse timidamente.
Io non risposi, lo guardai e gli diedi un bacio. Dovevo contraccambiare. Rimanemmo per un tempo indefinito a baciarci in mezzo alla strada. Sentivo il suo cuore battere all’impazzata. Gli misi una mano sul petto, batteva così forte che mi spaventai, quindi cominciammo a camminare.
– Io direi di andare a mangiare qualcosa, ho una fame! – dissi.
– Hmm, hmm, – aggiunse Kenji, ancora frastornato. Io scoppiai a ridere, lui diventò tutto rosso.
Entrammo in un ristorante. C’era un’atmosfera tranquilla, una luce fioca illuminava lo spazio circostante delicatamente. Ci sedemmo al nostro tavolo. Un cameriere ci portò subito una bottiglia di vino bianco della casa. Io non bevevo alcolici, quindi chiesi dell’acqua frizzante.
– E’ un posto davvero bello, guarda che acquario grande, Kenji! – dissi indicando un enorme acquario incastonato nella parete. Kenji si girò ma non mi sembrò così entusiasta.
– E’ solo un contenitore per tenere fresche le aragoste – mi disse senza battere ciglio.
– Ah, davvero?
– Quando un cliente chiede un’aragosta, la prendono da lì, la cucinano ancora viva e poi la portano ai tavoli.
Io lo guardai stupita, non sapevo se mi stava prendendo in giro, oppure no.
– Quindi se stasera vuoi un’aragosta, la responsabilità è solo tua, – aggiunse con un velato sorriso.
– No, no. A me non piacciono neanche le aragoste.
– A me tantissimo. Devi sporcarti le mani, spaccare le chele e poi succhiare il contenuto. Una delizia.
– Non sapevo ti piacessero così tanto le aragoste, – dissi con un sorriso indagatore.
Kenji rimase ammutolito.
– Adesso che mi viene in mente non so proprio niente di te, – lo guardai attentamente negli occhi. Lui alzò lo sguardo.
– Lo so. Mi dispiace molto. Non è facile per me. Dovresti saperlo.
– No, non lo so, non mi hai mai spiegato le ragioni dei tuoi silenzi, – lo dissi con una certa calma.
Vidi il volto di Kenji, il suo viso consueto, quello che conoscevo da quando l’avevo visto la prima volta. Non batté ciglio.
– Kenji, se tu non mi parli io non potrò mai entrare nel tuo mondo, – questa volta lo dissi con un tono più aggressivo. Lui smise di esistere. Era già lontano da me. Ci fu un silenzio che perdurò per un tempo indefinito. Sentivo soltanto il vociare delle altre persone. A un tratto mi misi a piangere. Fu inaspettato anche per me, ma non feci resistenza. Avvertii le lacrime scendere lungo il viso cadere pesantemente sul piatto; “tic, tic, tic”. Kenji alzò lo sguardo e mi guardò stupito. Era tornato nella realtà. Non so perché mi misi a piangere, erano lacrime di amore. Quando stavo con lui ultimamente mi sentivo un’altra, appesantita dal suo mutismo. A volte volevo lasciarlo così, mi sarei giocata la testa che al mio ritorno l’avrei ritrovato come stava, magari con dieci centimetri di polvere sulla giacca. Eppure mi ero talmente rinvigorita con quel bacio.
– Sei un grande egoista, Kenji, – lo dissi sempre piangendo. – Io ti amo. Conosci il significato di questa frase? – non riuscii a trattenere i singhiozzi.
– Mi dispiace Aiko, non voglio farti soffrire, – mi prese la mano. Mi accarezzò le guance, poi cercò di asciugarmi il viso delicatamente.
Il cameriere arrivò gagliardo per prendere le ordinazioni, ma quando ci vide in quelle condizioni si allontanò quatto, quatto. Kenji lo fermò.
– Ci porti il conto del vino e dell’acqua, andiamo via, grazie.
Il cameriere accennò un inchino.
– Non vuoi più mangiare, – chiesi.
– Voglio portarti in un luogo speciale.
Pagammo il conto e uscimmo.

Camminammo lungo le strade di Tokyo per circa mezz’ora, senza dire nulla. Non sapevo dove stavamo, ma a un tratto mi sembrò tutto più chiaro. Stavamo andando a casa di Kenji.
“Un luogo speciale” mi aveva detto senza troppi preamboli. E’ vero, per me casa di Kenji era un posto speciale. Stavo entrando in un mondo sconosciuto. Era un luogo dove non avevo mai messo piede. Non vedevo l’ora di respirare l’aria, annusare le cose del mio Kenji, toccarle. Stava proprio cambiando la mia vita!
Varcammo la porta di casa. Il confine della tana con il mondo altro.
Kenji viveva da solo. Appena divenne maggiorenne disse alla madre e al padre che aveva desiderio di vivere per conto suo, così i loro genitori, senza fare tante storie, esaudirono il suo desiderio. La famiglia di Kenji non aveva problemi economici quindi non fu difficile accontentarlo.
Rimasi stupefatta per l’ordine, per quanta precisione c’era nelle cose allestite da Kenji. Sopra un piccolo tavolino c’erano ancora i libri di scuola, riconobbi quello di matematica. La casa era molto semplice, una piccola cucina, una stanza per dormire, un bagno e un bellissimo balcone allestito a veranda.
Kenji accese lo stereo. Mise un cd. Partì “Flowers in December” di Mazzy Star.
– Vado a comprare il bento* qui vicino, lo fanno proprio buono, – mi disse uscendo di casa.
Io rimasi a ascoltare la canzone e a farmi un giro nella sua stanza. In casa non c’era la televisione e questo mi sembrò già un fatto strano. La stanza era davvero spartana. Un letto e una lampadina, nient’altro. Né un armadio, né un tavolino. Curiosa come cosa. La sala era invece molto curata. Su una parete c’erano alcuni graffiti, mentre su un’altra una serie di impronte di tutti i colori; mani gialle, rosse, piedi blu, verdi. Su lato destro, subito dopo il bagno c’era una porta di legno vecchissima. Mi sembrò dovesse cadere da un momento all’altro. Mi diressi in quella direzione, aprii ma dietro non c’era niente, solo il muro. Mi accorsi però che sul muro c’era un impronta di una chiave. Richiusi la porta senza darci peso. Cavolo, ero proprio nel mondo di un uomo! Non potevo crederci.
Kenji rientrò con il bento in mano. Lo aiutai a apparecchiare. Poi cominciammo a mangiare.
– E’ bellissima questa casa, – dissi con entusiasmo. – Sembra avere vita propria.
– E’ proprio così, – Kenji replicò con un sorriso stratosferico.
Nel frattempo mi accorsi di una cosa. Da quando eravamo arrivati fino a quel momento il cd aveva unicamente riprodotto un’unica canzone, “Flowers in December”.
– Ehi Kenji, posso farti una domanda? – dissi con curiosità.
– Dimmi.
– Ci sono alcune cose strane che ho osservato nella tua casa, hai voglia di spiegarmele?
Ci pensò un attimo poi fece un cenno con la testa.
– Aiko, voglio raccontarti tutto della mia vita. Se hai tempo e pazienza, se sei veramente innamorata…
Ecco, finalmente mi stava stupendo. Quello non era il Kenji che conoscevo, era un uomo, adulto e libero.
– Sono qui, apposta per ascoltare, – dissi con grande serietà.
– Devo però chiederti un favore, – continuò.
Ascoltai.
– Per capirmi, per essere parte di me, ti chiedo soltanto una cosa, – attese per qualche minuto prima di continuare. Quell’attesa mi sembrò quasi snervante. – Devi venire a vivere con me. Soltanto se starai con me riuscirai a capire chi sono.
Miseria, che proposta. Non riuscii a capire dove voleva arrivare.
– Ma non puoi raccontarmela semplicemente la tua vita? – dissi un pò innervosita.
– Te l’ho detto, non è così semplice.
– Per me anche! Chi glielo dice a mia madre. Non sono ancora maggiorenne. Non credo neanche sia il momento giusto.
– Aiko, prenditi tutto il tempo che vuoi. Io il passo l’ho fatto. Ti sto aprendo il mio cuore.
Mi sembrò una frase di circostanza, ma feci uno sforzo per capire la situazione.
– Dammi qualche giorno per pensarci, per capire cosa ne pensa mia madre. Sarà molto difficile convincerla.

Il viso di mia madre mutò repentinamente espressione, sembrava un’altra persona, non l’avevo mai vista così. Le mie parole furono semplici: “Kenji mi ha detto di andare a vivere con lui..”, non aggiunsi altro. Il silenzio si fece pesante, avvertii chiaramente un grande disagio e stranamente non proveniva da me.
Passarono diversi giorni prima di quella importante e delicata frase comunicata a una delle persone più importanti della mia piccola esistenza. Per tutto il tempo non pensai a nient’altro. Mi resi conto di come la vita fosse così istantanea, piena di sorprese; non sempre piacevoli. Ma andavano affrontate, con il peso giusto, con la forza necessaria. Forse era per questo che vidi nell’espressione di mia madre un volto estraneo, probabilmente era consapevole della mia maturità, ormai la bambina di un tempo stava svanendo e quindi non spettava a lei decidere sul corso degli eventi. La cosa però la faceva sentir male. Il duro e inossidabile cordone ombelicale era del tutto spezzato, la mia adolescenza svanita. Mia madre rimase in silenzio, guardò la finestra, diresse lo sguardo verso di me, guardò il mio viso, le mie spalle, i seni e tutto il resto del corpo. Si mise a piangere. La strinsi forte, con un certo imbarazzo.

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