Quella volta, come cuoco al McDonald’s

di emilz

Avevo appena finito i miei cinque mesi con un contratto a termine presso il Warner Village Parco de Medici a Roma (vi racconterò anche quell’esperienza), quando passata l’estate, in preda a una crisi lavorativa (nel mio campo ancora niente, sono un editor cinematografico e televisivo – mizzeca quanto fa fico ‘sta definizione), decisi di mandare il mio curriculum vitae al Mc Donald’s del famigerato aeroporto di Fiumicino.

Mandai il curriculum via mail, non che ci credessi molto, ma dovevo trovare un posto di lavoro (qualsiasi), a tutti i costi, anche per autostima. Essere disoccupati e dipendere da qualcuno è frustrante. Comunque, con non troppo entusiasmo cliccai sul bottone dell’invio. Il messaggio partì.

La mia esperienza nella ristorazione s’era consumata anni prima, nel grande progetto di una mia zia, aprì un ristorante per far lavorare mio cugino con la sindrome di Down. Esperienza terrificante ma costruttiva per tanti aspetti. Quindi, non ero uno avventato, conoscevo la fatica e il sudore derivanti da un lavoro del genere.

Dopo qualche giorno la telefonata arrivò. Era la manager, mi chiedeva se ero ancora interessato a lavorare con loro. Risposi di sì, poi fissammo l’appuntamento per il giorno dopo, il solito colloquio collettivo. Andai all’aeroporto, direzione partenze nazionali, settore A. Dovevamo incontrarci davanti la libreria Feltrinelli, perchè non potevamo accedere all’interno del settore dopo il ceck-in (per intenderci). La chiacchierata durò circa mezz’ora, sempre le solite cose, esperienze passate e bla,bla,bla.

La manager si raccomandò di una cosa: “se doveste essere assunti, mi aspetto da voi massima serietà, soprattutto nel rispettare la durata di lavoro” (contratto di tre mesi), andare via prima era sconveniente, perchè c’è tutta una trafila per prendere il cartellino rilasciato dall’aeroporto. Ma quella è una storia che racconterò dopo. Ovviamente dissi che da parte mia non c’erano problemi, io avevo bisogno di quel lavoro e intendevo portarlo a termine, costi quel che costi.

Tornai a casa, aspettative altissime, e una speranza assai probabile di entrare nel mondo dei Cheeseburger. Quando andai a letto mi tornavano in mente le parole della manager: “io sono dieci anni che lavoro qui, mi scorre il ketchup nelle vene”, oddio non proprio un bel vanto. Immaginai la mia vita dietro il bancone di un Mc..

Il giorno dopo arrivò la chiamata. Ero stato assunto. In giornata dovevo andare a firmare il contratto, poi mi dissero che mi aspettava un corso sulla sicurezza obbligatorio (durò tre ore, con filmati di vecchi attentati all’aeroporti e norme, codicilli vari) e un’alzataccia per prendere il cartellino (sveglia alle quattro del mattino, una fila chilometrica) e finalmente essere operativi per lavorare. Passò un pò di tempo (circa due settimane), tutte le carte erano pronte e io avevo già il primo turno di quattro ore da fare in serata. Mi recai sul posto di lavoro, anzi arrivai con grande anticipo perchè lì i posti auto è davvero raro trovarli, mentre quelli a pagamento costano tutto lo stipendio di un paninaro, non vi dico i giri e i giri per trovarne uno (ma per forza con la macchina a lavoro? Sì, l’ultimo treno era previsto per le 22 e io non ci rientravo). Feci il controllo al ceck-in, feci le scale mobili e mi diressi verso il posto di lavoro. Arrivato lì (gran caos di gente), chiesi della manager. Lei arrivò. La prima cosa che mi disse fu: “come mai hai quella barbetta?” Era di un giorno. Io risposi che l’avrei tagliata se fosse stato un problema. Lei rispose: “Sì, sì. Se domani mi torni con la barba non ti faccio entrare”. Io pensai: “nnamo bene, questa rompe le palle subito, subito”. Ma vabbè, in posti come quelli dovevo immaginarlo.

Mi cambiai in uno spogliatoio-sgabuzzino di mezzo metro quadrato, una puzza di piscio proveniente dai bagni allucinante. Con un groppone alla gola mi misi la divisa da Mc Donald’s (tra l’altro mi avevano dato un berretto moscio e sporco – ero ridicolo) e con una certa inettitudine mi presentai in cucina. La manager mi presentò un’altra ragazza (di alto rango) che mi illustrò una montagna di cose. “Questo è il frigo dove teniamo la roba congelata sotto i 15°, quest’altro sotto i 30°, qui ci mettiamo le cipolle, qui ci mettiamo i pomodori, il sacco per il ricambio è qui sotto, qui ci sono le buste per buttare gli scarti, ogni tre ore se non vengono utilizzati vanno buttati, qui ci si lava le mani, qui c’è la tuta termica per entrare nelle celle frigorifere, qui devi registrare le temperature, dentro queste scatole ci sono i panini, qui ci sono i condimenti, qui gli hamburger. La coca cola dentro quest’altra scatola. Vieni ti faccio vedere la cucina. Per condire un panino devi utilizzare tutte e due la mani, una condisci l’altra distribuisci, una metti dentro il cetriolo, l’altra la cipolla. Poi fai riscaldare il pane, hai un tempo, non scordartelo altrimenti si brucia. Poi prendi l’hamburger, li disponi in fila, metti questo per primo, poi a destra,sinistra sotto e sopra, e quando sono pronti togli quelli che hai messo per prima, così non li cucini troppo, senti, sta squillando il timer, i panini sono pronti, li prendi, li metti sopra questo recipiente. Prendi gli hamburer, se devi fare un cheeseburger vanno messi così, se devi fare un doppiocheesburger in quest’altro modo”. Insomma, per quattro ore mi hanno bombardato di informazioni: “cucina, togli l’hamburger, spazzola la piastra della carne altrimenti fai venire i tumori alla gente, spazza per terra, preparami due mcchicken, incartali in questa maniera, prendi il pacchetto del menù quattro – dai che domani ti spieghiamo i fritti! – Un altro mondo!” Fece un sorriso sadico.

Non sono esagerato. Passai le peggiori quattro ore della mia vita lì dentro. La mia testa era piena di pensieri, volevo andarmene, seduta stante. Ma alla fine cedetti al mio senso di responsabilità (ma non per molto).

Finito il turno, bianco cadaverico, mi diressi nel putrido spogliatoio. Mi vestii, e tornai a casa. C’era un traffico bestiale. Rimasi un’ora imbottigliato. Non ce la facevo più. Avevo sete. Avevo voglia di fare un lavoro normale. Anzi, il mio lavoro. Ero depresso. 

Giunsi in garage e come se non bastasse durante la manovra di parcheggio, urtai contro un’altra macchina, gli staccai di netto la targa del muso. Chiamai il propretario e gli dissi dell’incidente. Per fortuna fu gentile, non mi fece pagare neanche un centesimo.

Dormii pochissimo. Stavo decidendo cosa fare del mio futuro. Presi una decisione. L’indomani, mi diressi verso l’aeroporto, feci il check-in e mi licenziai. Non trovai la stessa manager, “meno male” pensai. Già, sono un pò vigliacco, lo ammetto. Comunque, questa è la storia di quella volta, come cuoco al Mc Donald’s. Un’esperienza, sempre e comunque che terrò stretta come bagaglio. Ma non avevo ancora capito niente, ne seguiranno delle altre. Stay Tuned.

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