Se c’è una cosa che amo dei Fratelli Coen, sono queste commedie sofisticate, un film allegorico se si può definire in questo modo, forte di una sceneggiatura perfetta, condita dai soliti personaggi stralunati, infelici, depressi, spesso incappati in un destino avverso, irrimediabile.
Sono passati già dieci anni dall’ultimo film del maestro Stanley Kubrick, dieci anni di malinconia, perché sono convinto che c’avrebbe potuto dire ancora molto (età permettendo, of course).
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Wim Wenders ci regala un film espressionista, dallo stile sinuoso, verticale, dove la macchina da presa scruta le vite di una Berlino ancora divisa, specchi0 delle paure, delle incomprensioni di un periodo glaciale.
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Grande solidità nella ricostruzione “a pezzi” firmata da un Kubrick ancora giovane ma da un talento impressionante. La trama è semplice, rapinare un ippodromo, circa due milioni di dollari d’incassi. La serie di personaggi che parteciperanno al colpo vengono vivisezionati in modo capillare, per dare il senso esatto della loro psicologia e quindi irrimediabilmente anche delle loro frustrazioni, paure, debolezze. Il gioco si regge sulla preparazione del colpo, sulla messa in scena, per fornire gli elementi visivi più funzionali e sulla tensione drammatica sempre più alta mano mano che si arriva alla fine. Un “must” per tutti.
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Delusione per un film scialbo e mediocre sotto molti punti di vista, primo perché non riesce a emozionare, eppure di spunti interessanti ce ne sono molti da una storia del genere, ma non vengono affrontati con la giusta tensione.
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Come una falena ipnotizzata dalla luce abbagliante, spesso un tremendo schianto contro qualcosa di più grande, il nuovo film di Francis Ford Coppola, ti induce a pensare a quanto a volte, altre persone, siano così predominanti nei confronti degli altri, uniche luci possibili.
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Terzo albo ambientato all’interno del primo conflitto mondiale. Il plot è molto simile agli altri due albi usciti in precedenza, cambia sostanzialmente l’arco temporale, l’unica costante: le tragedie, le guerre e i morti ammazzati. C’è un filino di retorica, ma a Luca lo perdoniamo perché comunque il livello qualitativo dell’intera storia è più che sufficiente. Belli, invece i ricordi legati all’addestramento della “guerriera”, penso che nei prossimi anni, quando la storia inizierà a prendere una piega diversa, tutto il meccanismo (della ricerca del Triacanto) verrà un pò meno, in difesa di altre situazioni a noi ancora poco note e forse più convincenti dal punto di vista passionale.
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Una vita dedicata al wrestling, alla lotta coreografica, fisica, dura ma anche leale. Il tempo però passa e le luci del successo, si affievoliscono, lasciando emergere le fragilità, gli egoismi passati tutto a discapito delle relazioni umane, soprattutto con i rapporti più delicati, in questo caso con la propria famiglia.
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Los abrazos rotos, il nuovo film di Pedro Almodovar si tinge, ancora una volta, nel bene e nel male, di un noir imperfetto, in bilico soprattutto nell’ossatura narrativa, cadenzato da alcune inquadrature veramente molto belle (i dettagli, i particolari strettissimi, l’abbraccio al video di Mateo) a altre situazioni poco efficaci (la perdita dei sensi nel disco pub di Diego - bruttina forte), alcune scene poco importanti (il sesso iniziale con la sconosciuta, la lunga riproposizione del pezzo ri-montato di Ragazze e valigie).
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I tre giorni a Firenze sono letteralmente volati via. Le riprese di una pubblicità sono stimolanti (forse più per la possibilità di sperimentare che per altro), anche se il tempo e la frenesia sono gli ingredienti principali, quindi stress, nervosismo e altri fattori (vedi l’inesperienza) potrebbero compromettere l’intera operazione, per fortuna “noi” abbiamo portato a casa il materiale (e non è poco).
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